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La vita e l'economia locale anticamente si reggevano sull'agricoltura, l'allevamento di bestiame, che serviva anche nel lavoro nei campi, l'allevamento di animali da cortile e l'orto, necessari per il sostentamento quotidiano.

L'abbandono
Il lavoro e la vita nelle campagne erano cambiati molto lentamente fino agli anni Cinquanta, quando si avvia un grande cambiamento: molti contadini lasciano il lavoro dei campi e diventano operai nelle fabbriche; molti di loro abbandonano il paese e vanno ad abitare nelle città.
Nascono anche nel territorio di Gavi i primi insediamenti industriali come il Calzificio Morasso, la Pernigotti cioccolato, La Novi cioccolato - caramelle - confetti e l'Italsider a Novi, la Cementir di Arquata, varie fornaci, "La Juta" di Carrosio e Arquata, " Il Delta" di Cassano, seguite da molte altre piccole industrie manifatturiere.

Le cascine si spopolano: attrezzi di lavoro e strumenti di cui ci si serviva ogni giorno cadono in disuso.

La stalla
Importantissima nella Cultura contadina è stata la stalla. Questo ambiente ospitava gli animali indispensabili ai lavori più pesanti della campagna, era fonte di alimenti, di concimi ecc., quindi indice di benessere, come testimoniato dal detto “dalla greppia dipende la ricchezza del contadino”.
  Soltanto con l’aiuto degli animali della stalla era possibile lavorare con profitto la terra. L’addetto alla stalla era il bovaro che si occupava di tener tutto in ordine, di fornire acqua e cibo agli animali, di aggiogarli al carro agricolo e via dicendo: si trattava di un lavoro faticoso che non contemplava ferie.
L’unico giorno di vacanza era quello dedicato a Sant’Antonio, protettore degli animali. In quella giornata gli animali non lavoravano, venivano nutriti meglio del solito, spazzolati, infiocchettati e portati davanti alla chiesa, per essere benedetti dal parroco. Anche i contadini e i bovari facevano festa.
La stalla costituiva, infine, per un lungo periodo dell’anno, il luogo ideale per i rapporti sociali; infatti, durante le sere d’inverno, nelle stalle più grandi si andava a veglia (a vegiò) per stare in compagnia e al caldo, grazie al calore emanato dagli animali. Qui c’era chi giocava, chi riparava gli attrezzi, chi filava e chi cantava. In queste occasioni si intrecciavano rapporti di amicizia e, spesso, qualcuno raccontava storie o commentava gli avvenimenti di attualità, comunque tutti trascorrevano ore serene.

La famiglia era il cardine dell’intera società.
Era in genere, soprattutto in pianura, molto numerosa, perché per poter lavorare la terra (allora non c’erano mezzi meccanici) occorrevano molte braccia.
Sotto lo stesso tetto convivevano più generazioni, guidate tutte dall’uomo più esperto ed anziano, che dirigeva il podere ed intratteneva i rapporti col proprietario terriero o col fattore, secondo il contratto di mezzadria. Accanto a lui la moglie, guidava l’economia domestica, aiutata da nuore e figlie, provvedendo a tutte le necessità della numerosa famiglia.
Allora i bambini erano tanti e, fin da piccoli, venivano abituati a lavorare sia in casa che nei campi, accanto agli adulti. Si lavorava da buio a buio, cioè dalle ore precedenti l’alba fin dopo il tramonto del sole; si cercava di andare d’accordo e di collaborare nell’interesse di tutti. Erano anni molto difficili e le famiglie, per lo più, molto povere.

Proprietari e mezzadri.
All'epoca c'erano molti contadini padroni della propria terra, piccoli appezzamenti terieri, molto modesti, ma che permettavano alle famiglie di avere un reddito sufficiente a vivere e non fare la fame, che non era poco. Ma c'erano anche i latifondisti, proprietari di grandi aziende agricole e padroni di molta terra che facevano coltivare o davano a mezzadria a famiglie intere possibilmente con tanti figli.
Nelle campagne l’annata cominciava  ai primi di novembre, per l'estate di San Martino, alla fine del ciclo produttivo e a raccolto avvenuto compresa la vendemmia, quando anche i contratti agricoli annuali scadevano e molte famiglie dovevano far trasloco e andare a lavorare in un’altra cascina e, proseguiva poi, assegnando ad ogni mese le attività che la stagione rendeva possibili e necessarie.

Le cose e il tempo.
C'era un rapporto con le cose diverso dal nostro: le cose allora duravano molto di più. Le si aggiustava molte volte o le si adattava ad altri usi prima di buttarle via: il manico di una forca rotto veniva riadattato per fare il manico di un'altro utensile dal manico più corto; una botte di legno danneggiata, tagliata e privata della parte rotta, poteva servire come recipiente per l'acqua.
Anche il modo di sentire il passare del tempo era diverso: si conosceva la fatica, ma non la fretta.
Lo scorrere del tempo non era sentito come una corsa senza ritorno ma come un ciclo, nell’avvicendarsi delle stagioni e dei lavori agricoli, nella maturazione dei frutti delle piante e di quelli dell’orto, nel passaggio degli uccelli migratori, nel ripetersi degli eventi della vita collettiva, nell’esperienza accumulata dai vecchi.

 

 

E-mail: man.cult@alice.it
Nome Cognome: Carlo Antonelli
Argomento: Storia
Testo: Gent.mo Elidio Forse grazie Lei e al Suo sito potrò avere notizie di Gianluigi Bisio, che non vedo da trent’anni, quando abbiamo prestato entrambi il servizio militare a Milano nella Fanfara dei Bersaglieri .(1979-80) Sono certo che sia lui perché dopo il militare parti’ per VERACRUZ (MEXICO) Mi perdoni se Le chiedo di fare questo “PORTOBELLO” , ma non so altrimenti come risalire al suo sito . Certo della Sua comprensione ,confermata anche dal fatto che Lei ha dato spazio alla precisazioni del mio amico (tipico del suo carattere !!!!) La prego di inviarmi l’indirizzo email di GIANLUIGI. Cordiali saluti . Carlo Antonelli- via Borgo S. Michele ,18 - 61010 TAVULLIA -PESARO URBINO TEL.348-3363731 EMAIL man.cult@alice .it

 

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